La poubelle agréée e gli omini arancio

by Antonio on May 24, 2007

Sono solito andare a letto senza accostare gli scurini; non credo di averlo mai fatto, per pigrizia immagino… è un po’ di tempo che il roboante mezzo dalle dimensioni ciclopiche non fa vibrare più i vetri che danno sulla strada, nel sollevare quasi come un genitore fa con il proprio figlio appena nato i voluminosi cassonetti, alleggerendoli dal peso della giornata.
Sull’onda di una pubblicità progresso mirata a far fiorire in ogni cittadino l’amore per la separazione dei propri scarti arrivano orde di piccoli mezzi elettrici (l’ecologia anzitutto!) come formiche operaie che tra le cale, i passaggi, i sottopassaggi e i vicoli del centro privano, con discrezione e flemma programmatica, i marciapiedi e gli usci dai mucchietti di buste, bustine, plastica, scatoloni, vetro.
Se ieri era il vibrare dei vetri ad annunciare l’ultimo viaggio del non desiderato, oggi è un silenzioso lampeggiare tra le pareti in via di ristrutturazione. Una luce densa, arancione, sembra scaturire dalle tute di quegli uomini che salgono e scendono da quei piccoli bussolotti di lamiera contenenti la poubelle.
Ogni sera la scena si ripete e sembra quasi di leggere in quelle immagini e suoni le pagine di uno splendido racconto di Italo Calvino, La poubelle agréée.
È difficile pensare che la poubelle (il secchio della spazzatura e quindi, per metonimia, il suo contenuto) possa essere in qualche modo considerata agréée (gradita), ma forse semplicemente per la freddezza che il gesto di disimpegno del buttare la busta in un cassonetto ha finora caratterizzato tutti noi.
Le cose sono cambiate, quel sacchetto, frutto di un impegno quotidiano nel dividere organico da plastica, plastica da carta, carta da vetro e così via, non è più buttato via, abbandonato. La sera viene accompagnato, in un rito che Calvino ritiene liberatorio, piacevole, scevro da preoccupazioni, rilassante ed educativo. Portare fuori casa la spazzatura è un ammettere l’appartenenza ad una cultura, ad una società, accrescendo e coltivando il proprio senso civico. È nel disfarci di queste bucce e contenitori vuoti che riviviamo il piacere portato dai loro contenuti.
Chissà se, come lo scrittore accenna, molti di noi non hanno tentato di migliorare la propria arte nel far aderire perfettamente il sacchetto al secchio senza che questo formi sul fondo una fastidiosa bolla d’aria. Le possibilità per mettere alla prova le proprie capacità non sono certo negate dalla mancanza del necessario materiale, prontamente consegnato in uno dei tanti uffici non prima di un’accurata lezione sul come diventare un perfetto e diligente produttore di rifiuti “differenzista”.
Ciò che ancora rimane molto poco agréée sono quei grossi bustoni neri appoggiati al muro. Nelle strade meno illuminate, una banda di loschi individui sembra attendere il passaggio del primo sprovveduto in una ambientazione quasi noir.
Con una prontezza stupefacente, la ronda annuncia il suo arrivo. Un’intermittenza rassicurante scandisce l’avvicendarsi di mani che traghettano quei grumi neri ai confini della nostra Leonia (città produttrice di rifiuti e rifiuto essa stessa, da Le città invisibili).
Eppure la mia indole da abitudinario manifesta la sua riluttanza alla preselezione. La presenza rassicurante degli splendidi bambinoni di lamiera è ormai un ricordo. La ordinata discrezione di pochi punti di raccolta isolati e definiti è stata surclassata dalla continuità: una puntiforme diffusione di sacchetti che come funghi spuntano all’umido imbrunire.
Nessuno si chiede, neppure tra noi, dove gli omini arancio portino le spoglie della città appena vissuta, stretta tra i nodi sicuri dei sacchetti. Fatto sta che tutti, invece, desiderano un risveglio tra le braccia di una Leonia nuova di zecca. C’è da chiedersi se la vecchia città imbustata ogni sera non vada a premere anche in questo caso sulle scorie degli abitanti delle piccole Leonie che ci circondano. Il dubbio sradica la mia nostalgia e ravviva il mio entusiasmo nel separare con agilità l’organico dal suo contenitore.
Il primo passo è fatto.
La piccola poubelle con le ruote si è già immessa sulla via. Piccoli esseri fosforescenti le girano attorno, come satelliti, riempiendola con calma.
Dopo qualche attimo restano un ronzio lontano e la solita luce intermittente che ancora filtra come un faro illuminando la tabella del ritiro dei rifiuti.
Ha appena girato l’angolo…

Antonio Piu

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