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	<title>Italo Calvino &#187; Articoli</title>
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	<description>Il sito italiano di Italo Calvino</description>
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		<title>Calvinautiche, un progetto scolastico di poesia</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 19:26:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa ho ricevuto, per posta elettronica, un poemetto il cui protagonista è Italo Calvino. Solo questo pomeriggio ho avuto il tempo di riprendere in mano il testo e leggerlo. Ho passato qualche piacevole minuto ad immaginare Calvino avventurarsi (&#8230;)</p><p><a href="http://italocalvino.it/articoli/calvinautiche">Read the rest of this entry &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa ho ricevuto, per posta elettronica, un poemetto il cui protagonista è Italo Calvino. Solo questo pomeriggio ho avuto il tempo di riprendere in mano il testo e leggerlo. Ho passato qualche piacevole minuto ad immaginare Calvino avventurarsi fra i libri, le lettere, gli scaffali&#8230; Attraverso quell&#8217;<em>universo combinatorio</em> da lui più volte esplorato e che stavolta è un gruppo di piccoli poeti a costruirgli attorno.</p>
<p>Le ottave di questo simpatico pezzo letterario (che è possibile <a href='http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2010/04/Calvinautiche.pdf'>scaricare</a>) sono il frutto di un progetto di scrittura creativa portato avanti da un gruppo di ragazzi dell&#8217;<strong>Istituto Paritario <em>Sacro Cuore</em></strong>, una <strong>scuola media di Siracusa</strong>. Piccoli poeti guidati dal professore di Lettere Andrea Sanfilippo. Della sua introduzione riporto una frase che mi pare riassuma in modo completo il senso di questo lavoro:</p>
<blockquote><p>I nostri giovanissimi poeti si sono eroicamente spinti fino al limite estremo, sul baratro di una pagina bianca, di un mutismo minaccioso e asfissiante, godendosi la vertigine dell’ansia che precede ogni viaggio verso l’ignoto: non più fragili rami d’alloro ma coriacei esploratori di ipotetiche galassie.</p></blockquote>
<p>Buona lettura!</p>
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		<title>Le Città invisibili di Colleen Corradi Brannigan</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 14:23:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo un&#8217;attenta lettura ed analisi di &#8220;Le Città Invisibili&#8221; di Italo Calvino, ho intrapreso una rappresentazione trascendentale di queste città misteriose, incredibili e immaginifiche. Il risultato è una serie di disegni ed incisioni, ognuna delle quali deriva da un&#8217;attenta riflessione (&#8230;)</p><p><a href="http://italocalvino.it/articoli/le-citta-invisibili-colleen-corradi-brannigan">Read the rest of this entry &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><img class="alignright size-full wp-image-178" title="Armilla" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/12/armilla.gif" alt="Armilla" width="160" height="179" />Dopo un&#8217;attenta lettura ed analisi di &#8220;Le Città Invisibili&#8221; di Italo Calvino, ho intrapreso una rappresentazione trascendentale di queste città misteriose, incredibili e immaginifiche. Il risultato è una serie di disegni ed incisioni, ognuna delle quali deriva da un&#8217;attenta riflessione sui significati reconditi dei racconti di Calvino.<br />
<strong>— Colleen Corradi Brannigan</strong></p>
</blockquote>
<p>Con queste parole si apre lo <a title="Città Invisibili: Colleen Corradi Brannigan" href="http://www.cittainvisibili.com/">spazio web</a> che Colleen dedica alle sue opere. Riporto inoltre una interessante lettura riguardante i suoi lavori, fatta dal critico Gianni Gallinaro:</p>
<blockquote><p>Prima di presentare l&#8217;opera dell&#8217;artista, mi sembra doveroso introdurre brevemente la fonte che l&#8217;ha ispirata. Partirei dalle parole di Calvino: «<em>Questo libro nasce un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni».</em></p>
<p><span id="more-171"></span>L&#8217;autore, durante una conferenza tenuta alla Columbia University di New York nel marzo del 1983, ci fornisce la genesi de <em>Le città invisibili</em>, romanzo che oscilla fra il racconto filosofico e quello fantastico-allegorico. Inizialmente si trattava di ricordi di viaggi, in gran parte memorie di città visitate, annotazioni poetiche di segni ricevuti in un dato momento e in un certo luogo, a seconda degli stati d&#8217;animo dello scrittore. Da qui evocazioni di città tristi e contente, città dal cielo stellato e piene di spazzatura, di genti diverse, di spazi e impressioni, fissate come un diario.</p>
<p>Si immagini un grande viaggiatore, Marco Polo, che presenti a Kublai Kan, imperatore dei Tartari, una serie di relazioni sui suoi viaggi in Estremo Oriente. Prende così corpo la struttura dell&#8217;opera che comprende cinquantacinque descrizioni di città, tutte con nome di donna. Queste sono suddivise in undici percorsi tematici, ognuno dei quali contiene cinque descrizioni di città. Quest&#8217;opera fu scritta da Calvino durante la prima parte del soggiorno parigino (1964 &#8211; 1970), e pubblicata nel 1972.<br />
In quegli anni egli risentì delle turbolenze del clima culturale francese, in particolare di quegli scrittori sperimentali che diedero poi vita allo &#8220;strutturalismo&#8221;, corrente letteraria che tendeva a ridurre la complessità del mondo e dei suoi eventi fisici in figure ed emblemi, con la conseguenza che la scrittura si sganciava da ogni rapporto con la realtà. Ne <em>Le città invisibili</em> non c&#8217;è infatti traccia di realtà, tutto è mentale, perfino lo spazio ed il tempo sono rarefatti, astratti. Ma il lettore non viene mai abbandonato: i titoli dei percorsi tematici del libro (<em>Le città e la memoria</em>, <em>Le città e il desiderio</em>, <em>Le città e i segni</em>, ecc.) e le singole, brevi narrazioni lo guidano nella lettura e lo portano verso riflessioni ed interrogativi sulla valenza simbolica di ogni singolo scritto.</p>
<p>Colleen Corradi Brannigan riesce a riproporre in modo mirabile l&#8217;idea di queste rappresentazioni cittadine. Si riconoscono sicuri spunti da Piranesi (Venezia 04/10/1720 &#8211; Roma 09/11/1778) ed Escher (Leeuwarden, 1848 &#8211; Baain, 27/03/1972): del primo sovvengono immediatamente alla mente la serie de <em>Le carceri</em> (1750-1761), dove l&#8217;occhio dello spettatore si meraviglia dell&#8217;intricato gioco di scale che l&#8217;artista ha messo in campo; del secondo, tutta quella casistica di città a percorsi intricati e impossibili (<em>Relatività</em>, <em>Ascendente e discendente</em>), perché salire o scendere le scale porterà sempre allo stesso punto, l&#8217;acqua (<em>Cascata</em>) non ha un&#8217;origine e una fine, ma scorre sempre dall&#8217;alto in basso e viceversa, percorrendo un unico tragitto. È un circolo continuo che non può esistere nella realtà. Il punto di fuga imposto non è unico perché entrambi gli artisti hanno voluto che fosse una studiata confusione a dettare gli estremi della visione. Allo stesso modo l&#8217;artista attua un arduo ma riuscito soggetto: le sue città prendono vita su speroni di rocce che, come nel caso di &#8220;Bauci&#8221;, rimandano a raffigurazioni molto originali, perché i muri delle case e le rocce fanno un tutt&#8217;uno in verticale e non si capisce dove terminano gli uni e iniziano le altre, giungendo a una straordinaria compenetrazione tra Natura e mondo umano; oppure, restano sospese nel nulla come in <em>Ottavia</em>, dove un&#8217;esile sistema di ragnatele si arroga il diritto di sostenere interi caseggiati. Sotto, il nulla per centinaia e centinaia di metri, qua e là qualche fievole nuvola che suggerisce una visione aerea e immateriale, perché è la stessa idea di una città che in realtà non esiste. Ma la casistica delle città non si esaurisce qui. Pirra, Despina, Adelma, Argia, Olinda, Aglaura, Smeraldina, Anastasia, Andria, Eusapia, Eudossia, Ipazia, Zoe, Zobeide, Maurilia e tutte le altre partono da concezioni spaziali simili ma si sviluppano con successive iperboli, con una visione ascendente, sono messe in evidenza spaccati d&#8217;interni partendo da spaziose scalinate che girano intorno, collegandoli, i vari caseggiati, i palazzi, le case coloniche, a volte sono a esse perpendicolari. Il tema della spirale costituisce il leit-motive di molte incisioni, anche perché esso stesso simbolo del movimento, dal basso verso l&#8217;alto, come se si trattasse del raggiungimento di uno stato non più terreno (o solo terreno), ma che ha a che fare con le sfere sensibili più alte, e quindi con la divinità. In questo senso andrà vista <em>Olinda</em>, a cui fa subito eco <em>Anastasia</em>, che superba sfida le leggi della natura: le case sono costruite le une sulle altre, come castelli di sabbia dalla forma conica, megalitiche scalinate a spirale abbracciano lo spazio quasi a volerlo bloccare da un crollo imminente. Evidenti sono le somiglianze con la cupola imposta dal Borromini alla chiesa di Sant&#8217;Ivo alla Sapienza a Roma, vero miracolo di ingegneria come pure prodotto rivoluzionario di una mente che non può che definirsi geniale.</p>
<p style="text-align: center;" align="justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-179" title="Pentesilea" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/12/pentesilea.gif" alt="Pentesilea" width="459" height="167" /></p>
<p><strong>Ma l&#8217;inventiva dell&#8217;artista non si esaurisce qui.</strong><br />
<em>Eusapia</em> assomiglia a una fortezza medioevale, arroccata come <em>Bauci</em> su uno sperone di roccia e allo stesso modo continuazione del suolo sottostante. Essa è racchiusa in un piccolo spazio, ma meno opprimente che in altre città. <em>Andria </em>costituisce una prova ben riuscita di paesaggio architettonico &#8220;molle&#8221;: le strutture sembrano realizzate in materiali plastici, lo spazio si allarga e si restringe, sembra quasi accartocciarsi o meglio si affloscia, si sgonfia, come se stesse collassando su sé stesso. Il senso che se ne ricava è di forte impatto, con una visione che tende anche alla sopraffazione dell&#8217;animo umano, perché nessuno potrà negare quel senso di inquietudine a dover attraversare una città che da un momento all&#8217;altro potrebbe crollarci addosso. Simile per concezione è un&#8217;incisione della Corradi Brannigan dal titolo la <em>Torre Eiffel</em>, proposta in varie edizioni. Anche in questo caso, quasi con una forte impronta cubista, i piani si sfaldano e si sovrappongono gli uni agli altri, si ripiegano ma nello stesso tempo si ricostruiscono mentalmente nella testa dell&#8217;osservatore in una composizione unitaria. Anche <em>Argia</em> potrebbe essere assunta a emblema di un discorso &#8220;cubista&#8221;, per gli ovvi rinvii all&#8217;avanguardia novecentesca. A prima vista sembra una massa d&#8217;argilla informe, sfaccettata, a cui l&#8217;artigiano non ha dato una forma prestabilita; essa rivela allora sin dall&#8217;inizio profonde ripercussioni di un&#8217;esistenza anomala, le sue strade non sono percorse da persone, uno stato di immobilità e di quiete aleggia sul tutto. Anche le altre città si mostrano attraverso visioni irreali, di totale abbandono al passaggio inesorabile del tempo che prima o poi spazzerà via anche la minima traccia di quelli che in passato erano stati borghi carichi di emozionalità.<br />
Ma di esse rimarrà il ricordo, attraverso le belle immagini stampate sui libri della biblioteca di <em>Ipazia</em>: &#8220;<em>Entrai nella grande biblioteca, mi persi tra scaffali che crollavano sotto le rilegature in pergamena, seguii l&#8217;ordine alfabetico di alfabeti scomparsi, su e giù per corridoi, scalette e ponti. Nel più remoto gabinetto dei papiri, in una nuvola di fumo, mi apparvero gli occhi inebetiti d&#8217;un adolescente sdraiato su una stuoia, che non staccava le labbra da una pipa di oppio </em>&#8221; (da <em>Le Città invisibili</em>di I. Calvino). È il movimento rotatorio degli scaffali che impone una visione &#8220;centrifuga&#8221; dell&#8217;ambiente, quasi distorta come se fosse stata osservata attraverso il fondo di una bottiglia. Di nuovo realtà e irrealtà si rincorrono tra loro in un binomio che risulta indivisibile nelle visioni dell&#8217;artista.</p>
<p><strong><em>Il critico del giornale Ok Arte</em><br />
Dr. Gianni Gallinaro</strong>
</p></blockquote>
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		<title>L&#8217;universo immaginato: progetto fotografico</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 18:25:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblico con imperdonabile ritardo, alcune informazioni riguardanti una mostra chiusa a fine ottobre. Si tratta di un progetto fotografico di Nicolò Quirico liberamente ispirato al racconto di Italo Calvino Tutto in un punto dal volume Le Cosmicomiche, Einaudi, I edizione 1965. Avrei (&#8230;)</p><p><a href="http://italocalvino.it/articoli/luniverso-immaginato-progetto-fotografico">Read the rest of this entry &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblico con imperdonabile ritardo, alcune informazioni riguardanti una mostra chiusa a fine ottobre.<br />
Si tratta di un <strong>progetto fotografico</strong> di Nicolò Quirico liberamente ispirato al racconto di Italo Calvino <em>Tutto in un punto</em> dal volume <em><strong>Le Cosmicomiche</strong></em>, Einaudi, I edizione 1965.</p>
<p>Avrei voluto tanto poter segnalare la mostra nel momento più opportuno, quando era allestita nella Galleria della Biblioteca Civica di Vimercate. Sono però mancate le possibilità e il tempo a causa di alcune vicissitudini personali che mi hanno impedito di dedicare la dovuta attenzione a questo evento e alla sua pubblicazione sul sito.</p>
<p>Faccio dunque le mie scuse a Nicolò, sperando che voglia segnalarci ancora iniziative di questo genere.</p>
<p>Sul <a title="Nicolò Quirico" href="http://www.quirico.com/visioniartistiche/universo_immaginato/index.htm">sito personale</a> del fotografo trovate ulteriori informazioni.</p>
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		<title>Calvino poeta: qualche riflessione</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 13:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca De Biaggi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Noi conosciamo Italo Calvino per i suoi racconti e i suoi romanzi. Ma Calvino ha scritto sporadicamente anche poesie che sono rimaste inedite. Ho trovato questo testo nel libro Italo Calvino, romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, Arnoldo Mondadori Editore, nella sezione Poesie e invenzioni oulipiennes (Il termine Oulipo è acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle, traducibile in italiano con "officina di letteratura potenziale". Si tratta di un gruppo di letterati fondato nel 1960 da François Le Lionnais e Raymond Queneau e al quale Calvino partecipava.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_154" class="wp-caption alignright" style="width: 131px"><img class="size-full wp-image-154 " title="Ritratto femminile del &quot;Fayum&quot;" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/10/ritratto-femminile-Fayum.png" alt="Ritratto femminile del &quot;Fayum&quot;" width="121" height="211" /><p class="wp-caption-text">Ritratto femminile del &quot;Fayum&quot;</p></div>
<p>Noi conosciamo Italo Calvino per i suoi racconti e i suoi romanzi. Ma <strong>Calvino ha scritto sporadicamente anche poesie</strong> che sono rimaste inedite. Ho trovato questo testo nel libro <em>Italo Calvino, romanzi e racconti</em>, edizione diretta da Claudio Milanini, Arnoldo Mondadori Editore, nella sezione <em>Poesie e invenzioni oulipiennes</em> (Il termine <em>Oulipo</em> è acronimo di <em>Ouvroir de Littérature Potentielle</em>, traducibile in italiano con &#8220;officina di letteratura potenziale&#8221;. Si tratta di un gruppo di letterati fondato nel 1960 da François Le Lionnais e Raymond Queneau e al quale Calvino partecipava.<span id="more-143"></span></p>
<p>Questo gruppo ritiene che l&#8217;ispirazione di un&#8217;opera letteraria debba essere strettamente vincolata da una serie di costrizioni grammaticali, lessicali e di struttura). Nelle <em>Note e notizie sui testi</em> di questo libro è scritto in merito a questa poesia: “<em>Inedito. Fra le carte di Calvino sono conservate varie stesure manoscritte; tutte recano in calce la data (11 novembre 1962), a volte preceduta da un’indicazione di luogo (Parigi); alcune provvisorie, hanno anche un titolo (Turismo in Egitto, vacanze in Egitto). Fra gli ultimi ritocchi, l’espunzione di un sintagma finale (“…o la spoglia / d’ossa in un loculo, protetto / dalle intemperie)”.</em></p>
<p>Provo ad abbozzare una mia interpretazione che non si vuole esaustiva e completa, ma che potrebbe essere arbitraria trattandosi di un testo poetico.</p>
<p><a href="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/10/calvino-poeta.pdf">Calvino Poeta: qualche riflessione</a></p>
<p><a href="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/10/calvino-poeta.pdf"> </a></p>
<p><em><span style="color: #808080;">L&#8217;articolo è scaricabile in formato PDF per maggiore comodità di lettura.</span></em></p>
<div id="attachment_156" class="wp-caption alignleft" style="width: 102px"><img class="size-full wp-image-156" title="Ritratto femminile del &quot;Fayum&quot;" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/10/ritratto-femminile-Fayum-2.png" alt="Ritratto femminile del &quot;Fayum&quot;" width="92" height="174" /><p class="wp-caption-text">Ritratto femminile del &quot;Fayum&quot;</p></div>
<p>Voglio terminare questo mio articolo con le parole tratte dal saggio <em>Dall’ opaco</em>, parole che non necessitano di ulteriori aggiunte: “<em>D’int’ubagu”, dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria, il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso, l’io che serve solo perché il mondo riceva continuamente notizie dell’esistenza del mondo, un congegno di cui il mondo dispone per sapere se c’è</em>”.</p>
<p>Debbo confessare che mai ho letto poesia più bella. Grazie a queste parole ho potuto dare una spiegazione al mio vuoto interiore nel grande vuoto che mi circonda, quel vuoto che forse basterebbe accettare un po’ di più e non demonizzare. Ma proprio per questa comprensione profonda si può intravedere uno spiraglio di luce, una salvezza. Il pessimismo calviniano porta sempre con sé un barlume di speranza.<br />
Articolo di <strong>Gianluca De Biaggi</strong></p>
<p><em>Laureato in Lingue e Letterature Straniere nel 1998 presso l&#8217;Università degli Studi di Padova</em></p>
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		<title>La poubelle agréée e gli omini arancio</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2007 08:04:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono solito andare a letto senza accostare gli scurini; non credo di averlo mai fatto, per pigrizia immagino...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono solito andare a letto senza accostare gli scurini; non credo di averlo mai fatto, per pigrizia immagino&#8230; è un po’ di tempo che il roboante mezzo dalle dimensioni ciclopiche non fa vibrare più i vetri che danno sulla strada, nel sollevare quasi come un genitore fa con il proprio figlio appena nato i voluminosi cassonetti, alleggerendoli dal peso della giornata.<br />
Sull’onda di una pubblicità progresso mirata a far fiorire in ogni cittadino l’amore per la separazione dei propri scarti arrivano orde di piccoli mezzi elettrici (l’ecologia anzitutto!) come formiche operaie che tra le cale, i passaggi, i sottopassaggi e i vicoli del centro privano, con discrezione e flemma programmatica, i marciapiedi e gli usci dai mucchietti di buste, bustine, plastica, scatoloni, vetro.<br />
Se ieri era il vibrare dei vetri ad annunciare l’ultimo viaggio del non desiderato, oggi è un silenzioso lampeggiare tra le pareti in via di ristrutturazione. Una luce densa, arancione, sembra scaturire dalle tute di quegli uomini che salgono e scendono da quei piccoli bussolotti di lamiera contenenti la <em>poubelle</em>.<br />
Ogni sera la scena si ripete e sembra quasi di leggere in quelle immagini e suoni le pagine di uno splendido racconto di Italo Calvino, <em>La poubelle agréée</em>.<br />
È difficile pensare che la poubelle (il secchio della spazzatura e quindi, per metonimia, il suo contenuto) possa essere in qualche modo considerata <em>agréée</em> (gradita), ma forse semplicemente per la freddezza che il gesto di disimpegno del buttare la busta in un cassonetto ha finora caratterizzato tutti noi.<br />
Le cose sono cambiate, quel sacchetto, frutto di un impegno quotidiano nel dividere organico da plastica, plastica da carta, carta da vetro e così via, non è più buttato via, abbandonato. La sera viene accompagnato, in un rito che Calvino ritiene liberatorio, piacevole, scevro da preoccupazioni, rilassante ed educativo. Portare fuori casa la spazzatura è un ammettere l’appartenenza ad una cultura, ad una società, accrescendo e coltivando il proprio senso civico. È nel disfarci di queste bucce e contenitori vuoti che riviviamo il piacere portato dai loro contenuti.<br />
Chissà se, come lo scrittore accenna, molti di noi non hanno tentato di migliorare la propria arte nel far aderire perfettamente il sacchetto al secchio senza che questo formi sul fondo una fastidiosa bolla d’aria. Le possibilità per mettere alla prova le proprie capacità non sono certo negate dalla mancanza del necessario materiale, prontamente consegnato in uno dei tanti uffici non prima di un’accurata lezione sul come diventare un perfetto e diligente produttore di rifiuti &#8220;differenzista&#8221;.<br />
Ciò che ancora rimane molto poco <em>agréée</em> sono quei grossi bustoni neri appoggiati al muro. Nelle strade meno illuminate, una banda di loschi individui sembra attendere il passaggio del primo sprovveduto in una ambientazione quasi <em>noir</em>.<br />
Con una prontezza stupefacente, la ronda annuncia il suo arrivo. Un’intermittenza rassicurante scandisce l’avvicendarsi di mani che traghettano quei grumi neri ai confini della nostra <em>Leonia (</em>città produttrice di rifiuti e rifiuto essa stessa, da <em>Le città invisibili</em>).<br />
Eppure la mia indole da abitudinario manifesta la sua riluttanza alla preselezione. La presenza rassicurante degli splendidi bambinoni di lamiera è ormai un ricordo. La ordinata discrezione di pochi punti di raccolta isolati e definiti è stata surclassata dalla continuità: una puntiforme diffusione di sacchetti che come funghi spuntano all’umido imbrunire.<br />
Nessuno si chiede, neppure tra noi, dove gli omini arancio portino le spoglie della città appena vissuta, stretta tra i nodi sicuri dei sacchetti. Fatto sta che tutti, invece, desiderano un risveglio tra le braccia di una Leonia nuova di zecca. C’è da chiedersi se la vecchia città imbustata ogni sera non vada a premere anche in questo caso sulle scorie degli abitanti delle piccole Leonie che ci circondano. Il dubbio sradica la mia nostalgia e ravviva il mio entusiasmo nel separare con agilità l’organico dal suo contenitore.<br />
Il primo passo è fatto.<br />
La piccola <em>poubelle</em> con le ruote si è già immessa sulla via. Piccoli esseri fosforescenti le girano attorno, come satelliti, riempiendola con calma.<br />
Dopo qualche attimo restano un ronzio lontano e la solita luce intermittente che ancora filtra come un faro illuminando la tabella del ritiro dei rifiuti.<br />
Ha appena girato l’angolo&#8230;</p>
<p><strong>Antonio Piu</strong></p>
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		<title>Berenice, città nascosta</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2006 11:24:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anziché dirti di Berenice, città ingiusta [...], dovrei parlarti della Berenice nascosta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su Calvino si potrebbe scrivere per sempre, e questo lo si può fare solo con i grandi scrittori. Solo loro riescono a farti decollare per il tuo viaggio, solo loro ti mostrano la direzione di una poesia… solo ai grandi scrittori riesce non mettere la parola “fine” in fondo ai libri. Saranno, infine, sempre loro a farti correggere mille volte i pensieri che su di loro scriverai. Cesellerai le frasi meglio che puoi, sentendoti sempre emozionato nel farlo, nell’avere la voglia-fortuna di farlo.<br />
Non ho letto molto di Calvino, perché ho deciso così. Ho sentito la paura di non avere, nella mia vecchiaia, qualcosa di suo e di nuovo (se così si può dire) da leggere.<br />
Ho tutti i suoi libri, me li guardo, sorrido, li sbircio e me li pregusto. E’ un pò come se avessi la mia segreta cantina di vini preziosi, le mie monete d’oro in tasca, i miei dadi fortunati da girare fra le dita e lanciare all’improvviso. E’ per questo che parto dal primo libro che mi ha fatto innamorare di quest’uomoscrittore: Le città invisibili – Berenice.<br />
Lui dentro me. E’ l’equazione base di questa città chiamata Berenice, che tutti noi ci portiamo dentro.<br />
Ogni giorno abbiamo sempre un “lui sbagliato” dentro un “me giusto”. Oppure viceversa. Si affrontano, combattono, in un duello che si chiama <strong>Equilibrio</strong>. Un equilibrio dinamico, che vive di continui ribaltamenti.<br />
Ecco allora che un colpo del Giusto arriva a segno sul corpo dell’Ingiusto, che sente come nella ferita inferta sia stato lasciato un seme del Giusto, che germoglierà inevitabilmente. Ma anche il Giusto, nel ferire si è macchiato del sangue dell’Ingiusto, è anche il suo seme germoglierà inevitabilmente.<br />
Un duello, un equilibrio, in cui Calvino imprigiona questa città, dentro una spirale umana che si presenta senza fine.<br />
Una spirale che ingannerà entrambi i duellanti, che crederanno di nascere Giusti e si ritroveranno Ingiusti… penseranno di andare avanti, ma staranno tornando indietro… una spirale che colpisce ma salva… salva ma colpisce.<br />
Calvino ci regala una dinamica che, a mio modo di vedere, non posso che chiamare <strong>Vita</strong>. Tutti, credo, viviamo nelle scelte fatte questa dinamica, e l’esperienza lo insegna.<br />
Possiamo percepirla o esserne toccati più o meno, ma Berenice esiste, e noi ci stiamo dentro. Se un posto è invisibile, non è altrettanto detto che non esista.<br />
Adoro Berenice, perché in quel duello d’equilibrio capisco di essere vivo (e fuori non posso viverci). Colpo dopo colpo, danzo nel duello meglio che posso. Danzo con la molteplicità. Danzo dentro un campo instabile. Danzo cercando “leggerezza”. Leggero fino all’armonia, unica mia rivincita su quella spirale in cui vive Berenice.<br />
Eppure in fondo mi chiedo: usciremo mai da Berenice? Riusciremo mai ad espandere quell’apnea mortale che uccide la Berenice ingiusta, prima che nasca nuovamente in noi? Potremo percepire la nostra coscienza, e fermare il primo colpo dell’infinito duello, senza innescare per sempre quella spirale? Non lo so.<br />
Umilmente credo che possiamo solo migliorarci e che forse questa è l’unica strada che libera Berenice da se stessa… l’unica strada che porta fuori dal <strong><em>quotidiano inferno&#8230;</em></strong> lui e me.</p>
<p><strong>Paolo Bellocci</strong></p>
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		<title>Il pesante Impero di Kublai</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Mar 2006 10:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pedro Cano è riuscito a rappresentare arco e pietra, leggerezza e gravità, sogno e morte, memoria e segni, cogliendo di Calvino uno dei tratti più profondi ed essenziali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pedro Cano ha scelto di compiere un’impresa che sapeva improba, quella di aiutare il giovane Marco Polo a raccontare, al vecchio Kublai Kan, rappresentandole con immaginifici disegni, le città sconosciuto del suo impero al tramonto. Ma, forse, nessuno poteva avvicinarsi a questa impresa se non un artista come Cano perché, ovviamente, non si trattava di raffigurare, tradurre il racconto di Marco (o Calvino) in immagini, bensì di scoprire il contenuto profondo di quel dialogo che, a mio avviso, è la dialettica fra leggerezza e gravità, fra racconto e norma, fra immaginazione e regola.</p>
<div id="attachment_63" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-63" title="Olinda" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2006/03/olinda-300x219.jpg" alt="Città di Olinda, di Pedro Cano" width="300" height="219" /><p class="wp-caption-text">Città di Olinda, di Pedro Cano</p></div>
<p>E’ un tema che emerge fin dalle prime battute del dialogo e, significativamente, lo conclude: l’impero di Kublai “…è ricoperto di città che pesano sulla terra e sugli uomini, stipato di ricchezze e d’ingorghi, stracarico d’ornamenti e d’incombenze, complicato di meccanismi e gerarchie, gonfio, teso, greve. E’ il suo stesso peso che sta schiacciando l’impero, pensa Kublai, e nei suoi sogni ora appiaiono città leggere come aquiloni, città traforate come pizzi, città trasparenti come zanzariere, città nervatura di foglia, città linea della mano, città filigrana da vedere attraverso il loro opaco e fittizio spessore”.<br />
Marco Polo alterna racconti di città lievi, doppie, multiformi narrazioni di città pesanti, ordite secondo regole ferree e mortali, oppresse dalla loro espansione, dal costruito, dai rifiuti che i loro abitanti producono in enorme quantità ma che si rifiutano di riconoscere. Ma ciò che rende sopportabile questo continuo contrasto è la narrazione, il racconto stesso che è l’unica forma di conoscenza ancora possibile, anche di un mondo al tramonto. Il racconto è la salvezza, l’ultimo brandello di verità di un impero che sta crollando sotto il suo stesso peso. E’ la leggerezza l’ancora di salvezza del racconto che, di per sé, esclude la fissità della regola, della norma ed è quindi, incompiutezza, pluralità, frammento. Il giovane Marco è un sognatore e per questo può raccontare le città: ”E’ delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”.</p>
<div id="attachment_65" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-medium wp-image-65" title="PedroCano" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2006/03/PedroCano-224x300.jpg" alt="Pedro Cano" width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Pedro Cano</p></div>
<p>Le città di Marco Polo come i sogni, contrari ad ogni regola e logica, segnate dal valore della leggerezza. Ma Calvino ci spiega altrove che il valore della leggerezza attiene ad uno dei due poli di cui è costituita la storia della letteratura: “ Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo sottile, o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni” (“Lezioni Americane”, Garzanti, 1988).<br />
Così, in verità, il dialogo fra Marco e Kublai è la metafora dell’eterna dialettica fra libertà del romanzo, del racconto e la costrizione – straordinaria e comunque ineludibile – della forma, dell’architettura nella letteratura. Ma occorre aver presente che la leggerezza in Calvino “si associa con la precisione e la determinazione, non vaghezza e l’abbandono al caso” e che l’opzione per il valore della leggerezza non esclude il valore contrario e quindi ammette il rispetto per il peso. Un breve scambio di battute fra i due chiarisce la relazione fra peso e leggerezza parlando del ponte:</p>
<p><strong>Kublai:</strong> “…qual è la pietrache sostiene il ponte?”<br />
<strong>Marco:</strong> “ il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, ma<br />
dalla linea dell’arco che esse formano”<br />
<strong>Kublai:</strong> “perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che m’importa”<br />
<strong>Marco:</strong> “senza pietre non c’è arco”</p>
<p>Pedro Cano è riuscito a rappresentare arco e pietra, leggerezza e gravità, sogno e morte, memoria e segni, cogliendo di Calvino – in questo ventennale della scomparsa in cui, forse, troppo ci si occupa della biografia come collaboratore editoriale e troppo poco come scrittore e innovatore del romanzo – uno dei tratti più profondi ed essenziali.</p>
<p>Simone Siliani<br />
<em>Firenze, 22 Agosto 2005</em></p>
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		<title>Los ovillos de Italo Calvino</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2006 09:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste una molteplicità di pensiero e, quindi, nel modo in cui si narra. Ciò implica il fatto che un testo possa essere parte di un altro scritto o che ci sia un intreccio di storie costituite da voci narrative distinte...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste una <strong>molteplicità di pensiero</strong> e, quindi, nel modo in cui si narra.<br />
Ciò implica il fatto che un testo possa essere parte di un altro scritto o che ci sia un intreccio di storie costituite da voci narrative distinte e prospettive opposte. È così che la lente, con la quale contempliamo la realtà, si ampia, arricchendola di sfumature.<br />
L’<strong>ipertesto</strong> è un modo per evitare verità ultime e di cercare, invece, la complementarietà tra i diversi punti di vista, tra i diversi testi. La sua intelaiatura crea la geografia delle nostre vite e le dota di flessibilità senza lasciare che si pietrifichino in altari di imperante teoria filosofica o religiosa.<br />
I termini <em><strong>intertestualità</strong></em><strong> e </strong><em><strong>ipertesto</strong></em> ci pongono in una prospettiva che annulla i confini e presenta la letteratura come un amalgama di punti di vista.<br />
Quale è il <strong>ruolo del lettore</strong> che entra nella finzione offertagli da uno scrittore? Ci si accorge, proprio osservando il suo comportamento, che il lettore reale si allontani da questo ideale, sistematico e ordinato.<br />
Ed ogni individuo, naturalmente, sceglie ed esclude a piacimento: se una lettura lo annoia o semplicemente gli suggerisce una lettura distinta, non esiterà nel porre un segnalibro e cambiare testo.<br />
La molteplicità di letture rappresenta una frammentazione di storie. Calvino ricorda episodi in cui un lettore si muove attraverso scenari creati nei libri, ignorante della sua persona e della propria importanza.</p>
<p><strong>María Antonia García De La Torre</strong></p>
<p>Scarica l&#8217;articolo in formato <em>PDF</em> dell&#8217;articolo <a href="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2006/02/ovillos_italocalvino.pdf">Los ovillos de Italo Calvino</a>.</p>
<p><strong>MARÍA ANTONIA GARCÍA DE LA TORRE</strong><br />
Nata a Bogotá, Colombia nel 1981. Scrive per riviste come Número, El Malpensante y Semana. Ha inoltre pubblicato su riviste spagnole come Lateral y Espéculo. Lavora nel settore editoriale della rivista Pie de Página e si è laureata con honores de Literatura alla Universidad de Los Andes. La sua tesi su Italo Calvino ha ottenuto la votazione massima e sarà pubblicata dall’università nella collezione Tesis meritorias.</p>
<p><em>María Antonia García De La Torre<br />
Universidad Los Andes, Colombia<br />
mail: magdelatorre@gmail.com<br />
telefono: 315 3466579 – 2173981</em></p>
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		<title>Racconti Italiani 1966</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2005 12:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I seguenti testi sono tratti dalla prima, seconda, terza e quarta pagina di copertina solo per soddisfare la curiosità degli amanti di queste piccole rarità. Nessun altro scopo sta dietro alla pubblicazione di questo articolo e di quello che riporta (&#8230;)</p><p><a href="http://italocalvino.it/articoli/racconti-italiani-1966">Read the rest of this entry &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I seguenti testi sono tratti dalla prima, seconda, terza e quarta pagina di copertina solo per soddisfare la curiosità degli amanti di queste piccole rarità. Nessun altro scopo sta dietro alla pubblicazione di questo articolo e di quello che riporta il racconto<em> Il cappuccio da sci celeste-cielo</em>.</p>
<p><em>Racconti Italiani 1966<br />
Selezione dal Reader&#8217;s Digest</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>In copertina un disegno di Emilio Greco<br />
Le illustrazioni nel testo sono di Peter Hoffer</em></p>
<p><em>1<sup>a</sup> EDIZIONE<br />
dal 1° al 300° migliaio</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Supplemento al n. 204 di Selezione dal Reader&#8217;s Digest &#8211; Spedizione in abbonamento postale &#8211; Gruppo III.</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_75" class="wp-caption aligncenter" style="width: 367px"><img class="size-full wp-image-75" title="copertina-readerdigest-1966" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/07/copertina-readerdigest-1966.jpg" alt="Copertina di Racconti Italiani 1966 - selezione dal Reader's Digest" width="357" height="401" /><p class="wp-caption-text">Copertina di Racconti Italiani 1966 - selezione dal Reader&#39;s Digest</p></div>
<p><em> </em></p>
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		<title>Le città invisibili</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2005 12:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal giorno 8 Ottobre al 22 Novembre 2005, nella Sala d'arme di Palazzo Vecchio si è tenuta a Firenze...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dal giorno 8 Ottobre al 22 Novembre 2005, nella Sala d&#8217;arme di Palazzo Vecchio</strong> si è tenuta la mostra, organizzata e allestita dalla <strong>Galleria FALTERI</strong>, delle opere del pittore <strong>Pedro Cano</strong>, raccolte sotto il nome di <strong>Le città Invisibili</strong>. Siamo andati a vederla con interesse e  per raccogliere qualche immagine. Purtroppo non ci è consentito di pubblicare le foto che catturano le opere in primo piano. Mettiamo on-line invece ciò che ritrae la mostra nel suo complesso.<br />
Per informazioni sulla mostra, l&#8217;autore o la prenotazione del catalogo, è consigliabile fare riferimento al sito <a href="http://www.falteri.it">www.falteri.it</a>, fonte ufficiale dell&#8221;evento.</p>
<div id="attachment_82" class="wp-caption aligncenter" style="width: 367px"><img class="size-full wp-image-82" title="Sala d'Arme (Palazzo Vecchio)" src="http://italocalvino.it/wp-content/uploads/2009/07/visione-generale.jpg" alt="Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, Firenze" width="357" height="268" /><p class="wp-caption-text">Sala d&#39;Arme di Palazzo Vecchio, Firenze</p></div>
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