Calvino poeta: qualche riflessione

Ritratto femminile del "Fayum"

Ritratto femminile del "Fayum"

Noi conosciamo Italo Calvino per i suoi racconti e i suoi romanzi. Ma Calvino ha scritto sporadicamente anche poesie che sono rimaste inedite. Ho trovato questo testo nel libro Italo Calvino, romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, Arnoldo Mondadori Editore, nella sezione Poesie e invenzioni oulipiennes (Il termine Oulipo è acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle, traducibile in italiano con “officina di letteratura potenziale”. Si tratta di un gruppo di letterati fondato nel 1960 da François Le Lionnais e Raymond Queneau e al quale Calvino partecipava. Continua a leggere

La poubelle agréée e gli omini arancio

Sono solito andare a letto senza accostare gli scurini; non credo di averlo mai fatto, per pigrizia immagino… è un po’ di tempo che il roboante mezzo dalle dimensioni ciclopiche non fa vibrare più i vetri che danno sulla strada, nel sollevare quasi come un genitore fa con il proprio figlio appena nato i voluminosi cassonetti, alleggerendoli dal peso della giornata.
Sull’onda di una pubblicità progresso mirata a far fiorire in ogni cittadino l’amore per la separazione dei propri scarti arrivano orde di piccoli mezzi elettrici (l’ecologia anzitutto!) come formiche operaie che tra le cale, i passaggi, i sottopassaggi e i vicoli del centro privano, con discrezione e flemma programmatica, i marciapiedi e gli usci dai mucchietti di buste, bustine, plastica, scatoloni, vetro.
Se ieri era il vibrare dei vetri ad annunciare l’ultimo viaggio del non desiderato, oggi è un silenzioso lampeggiare tra le pareti in via di ristrutturazione. Una luce densa, arancione, sembra scaturire dalle tute di quegli uomini che salgono e scendono da quei piccoli bussolotti di lamiera contenenti la poubelle.
Ogni sera la scena si ripete e sembra quasi di leggere in quelle immagini e suoni le pagine di uno splendido racconto di Italo Calvino, La poubelle agréée.
È difficile pensare che la poubelle (il secchio della spazzatura e quindi, per metonimia, il suo contenuto) possa essere in qualche modo considerata agréée (gradita), ma forse semplicemente per la freddezza che il gesto di disimpegno del buttare la busta in un cassonetto ha finora caratterizzato tutti noi.
Le cose sono cambiate, quel sacchetto, frutto di un impegno quotidiano nel dividere organico da plastica, plastica da carta, carta da vetro e così via, non è più buttato via, abbandonato. La sera viene accompagnato, in un rito che Calvino ritiene liberatorio, piacevole, scevro da preoccupazioni, rilassante ed educativo. Portare fuori casa la spazzatura è un ammettere l’appartenenza ad una cultura, ad una società, accrescendo e coltivando il proprio senso civico. È nel disfarci di queste bucce e contenitori vuoti che riviviamo il piacere portato dai loro contenuti.
Chissà se, come lo scrittore accenna, molti di noi non hanno tentato di migliorare la propria arte nel far aderire perfettamente il sacchetto al secchio senza che questo formi sul fondo una fastidiosa bolla d’aria. Le possibilità per mettere alla prova le proprie capacità non sono certo negate dalla mancanza del necessario materiale, prontamente consegnato in uno dei tanti uffici non prima di un’accurata lezione sul come diventare un perfetto e diligente produttore di rifiuti “differenzista”.
Ciò che ancora rimane molto poco agréée sono quei grossi bustoni neri appoggiati al muro. Nelle strade meno illuminate, una banda di loschi individui sembra attendere il passaggio del primo sprovveduto in una ambientazione quasi noir.
Con una prontezza stupefacente, la ronda annuncia il suo arrivo. Un’intermittenza rassicurante scandisce l’avvicendarsi di mani che traghettano quei grumi neri ai confini della nostra Leonia (città produttrice di rifiuti e rifiuto essa stessa, da Le città invisibili).
Eppure la mia indole da abitudinario manifesta la sua riluttanza alla preselezione. La presenza rassicurante degli splendidi bambinoni di lamiera è ormai un ricordo. La ordinata discrezione di pochi punti di raccolta isolati e definiti è stata surclassata dalla continuità: una puntiforme diffusione di sacchetti che come funghi spuntano all’umido imbrunire.
Nessuno si chiede, neppure tra noi, dove gli omini arancio portino le spoglie della città appena vissuta, stretta tra i nodi sicuri dei sacchetti. Fatto sta che tutti, invece, desiderano un risveglio tra le braccia di una Leonia nuova di zecca. C’è da chiedersi se la vecchia città imbustata ogni sera non vada a premere anche in questo caso sulle scorie degli abitanti delle piccole Leonie che ci circondano. Il dubbio sradica la mia nostalgia e ravviva il mio entusiasmo nel separare con agilità l’organico dal suo contenitore.
Il primo passo è fatto.
La piccola poubelle con le ruote si è già immessa sulla via. Piccoli esseri fosforescenti le girano attorno, come satelliti, riempiendola con calma.
Dopo qualche attimo restano un ronzio lontano e la solita luce intermittente che ancora filtra come un faro illuminando la tabella del ritiro dei rifiuti.
Ha appena girato l’angolo…

Antonio Piu

Berenice, città nascosta

Su Calvino si potrebbe scrivere per sempre, e questo lo si può fare solo con i grandi scrittori. Solo loro riescono a farti decollare per il tuo viaggio, solo loro ti mostrano la direzione di una poesia… solo ai grandi scrittori riesce non mettere la parola “fine” in fondo ai libri. Saranno, infine, sempre loro a farti correggere mille volte i pensieri che su di loro scriverai. Cesellerai le frasi meglio che puoi, sentendoti sempre emozionato nel farlo, nell’avere la voglia-fortuna di farlo.
Non ho letto molto di Calvino, perché ho deciso così. Ho sentito la paura di non avere, nella mia vecchiaia, qualcosa di suo e di nuovo (se così si può dire) da leggere.
Ho tutti i suoi libri, me li guardo, sorrido, li sbircio e me li pregusto. E’ un pò come se avessi la mia segreta cantina di vini preziosi, le mie monete d’oro in tasca, i miei dadi fortunati da girare fra le dita e lanciare all’improvviso. E’ per questo che parto dal primo libro che mi ha fatto innamorare di quest’uomoscrittore: Le città invisibili – Berenice.
Lui dentro me. E’ l’equazione base di questa città chiamata Berenice, che tutti noi ci portiamo dentro.
Ogni giorno abbiamo sempre un “lui sbagliato” dentro un “me giusto”. Oppure viceversa. Si affrontano, combattono, in un duello che si chiama Equilibrio. Un equilibrio dinamico, che vive di continui ribaltamenti.
Ecco allora che un colpo del Giusto arriva a segno sul corpo dell’Ingiusto, che sente come nella ferita inferta sia stato lasciato un seme del Giusto, che germoglierà inevitabilmente. Ma anche il Giusto, nel ferire si è macchiato del sangue dell’Ingiusto, è anche il suo seme germoglierà inevitabilmente.
Un duello, un equilibrio, in cui Calvino imprigiona questa città, dentro una spirale umana che si presenta senza fine.
Una spirale che ingannerà entrambi i duellanti, che crederanno di nascere Giusti e si ritroveranno Ingiusti… penseranno di andare avanti, ma staranno tornando indietro… una spirale che colpisce ma salva… salva ma colpisce.
Calvino ci regala una dinamica che, a mio modo di vedere, non posso che chiamare Vita. Tutti, credo, viviamo nelle scelte fatte questa dinamica, e l’esperienza lo insegna.
Possiamo percepirla o esserne toccati più o meno, ma Berenice esiste, e noi ci stiamo dentro. Se un posto è invisibile, non è altrettanto detto che non esista.
Adoro Berenice, perché in quel duello d’equilibrio capisco di essere vivo (e fuori non posso viverci). Colpo dopo colpo, danzo nel duello meglio che posso. Danzo con la molteplicità. Danzo dentro un campo instabile. Danzo cercando “leggerezza”. Leggero fino all’armonia, unica mia rivincita su quella spirale in cui vive Berenice.
Eppure in fondo mi chiedo: usciremo mai da Berenice? Riusciremo mai ad espandere quell’apnea mortale che uccide la Berenice ingiusta, prima che nasca nuovamente in noi? Potremo percepire la nostra coscienza, e fermare il primo colpo dell’infinito duello, senza innescare per sempre quella spirale? Non lo so.
Umilmente credo che possiamo solo migliorarci e che forse questa è l’unica strada che libera Berenice da se stessa… l’unica strada che porta fuori dal quotidiano inferno… lui e me.

Paolo Bellocci

Il pesante Impero di Kublai

Pedro Cano ha scelto di compiere un’impresa che sapeva improba, quella di aiutare il giovane Marco Polo a raccontare, al vecchio Kublai Kan, rappresentandole con immaginifici disegni, le città sconosciuto del suo impero al tramonto. Ma, forse, nessuno poteva avvicinarsi a questa impresa se non un artista come Cano perché, ovviamente, non si trattava di raffigurare, tradurre il racconto di Marco (o Calvino) in immagini, bensì di scoprire il contenuto profondo di quel dialogo che, a mio avviso, è la dialettica fra leggerezza e gravità, fra racconto e norma, fra immaginazione e regola.

Città di Olinda, di Pedro Cano

Città di Olinda, di Pedro Cano

E’ un tema che emerge fin dalle prime battute del dialogo e, significativamente, lo conclude: l’impero di Kublai “…è ricoperto di città che pesano sulla terra e sugli uomini, stipato di ricchezze e d’ingorghi, stracarico d’ornamenti e d’incombenze, complicato di meccanismi e gerarchie, gonfio, teso, greve. E’ il suo stesso peso che sta schiacciando l’impero, pensa Kublai, e nei suoi sogni ora appiaiono città leggere come aquiloni, città traforate come pizzi, città trasparenti come zanzariere, città nervatura di foglia, città linea della mano, città filigrana da vedere attraverso il loro opaco e fittizio spessore”.
Marco Polo alterna racconti di città lievi, doppie, multiformi narrazioni di città pesanti, ordite secondo regole ferree e mortali, oppresse dalla loro espansione, dal costruito, dai rifiuti che i loro abitanti producono in enorme quantità ma che si rifiutano di riconoscere. Ma ciò che rende sopportabile questo continuo contrasto è la narrazione, il racconto stesso che è l’unica forma di conoscenza ancora possibile, anche di un mondo al tramonto. Il racconto è la salvezza, l’ultimo brandello di verità di un impero che sta crollando sotto il suo stesso peso. E’ la leggerezza l’ancora di salvezza del racconto che, di per sé, esclude la fissità della regola, della norma ed è quindi, incompiutezza, pluralità, frammento. Il giovane Marco è un sognatore e per questo può raccontare le città: ”E’ delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Pedro Cano

Pedro Cano

Le città di Marco Polo come i sogni, contrari ad ogni regola e logica, segnate dal valore della leggerezza. Ma Calvino ci spiega altrove che il valore della leggerezza attiene ad uno dei due poli di cui è costituita la storia della letteratura: “ Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo sottile, o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni” (“Lezioni Americane”, Garzanti, 1988).
Così, in verità, il dialogo fra Marco e Kublai è la metafora dell’eterna dialettica fra libertà del romanzo, del racconto e la costrizione – straordinaria e comunque ineludibile – della forma, dell’architettura nella letteratura. Ma occorre aver presente che la leggerezza in Calvino “si associa con la precisione e la determinazione, non vaghezza e l’abbandono al caso” e che l’opzione per il valore della leggerezza non esclude il valore contrario e quindi ammette il rispetto per il peso. Un breve scambio di battute fra i due chiarisce la relazione fra peso e leggerezza parlando del ponte:

Kublai: “…qual è la pietrache sostiene il ponte?”
Marco: “ il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, ma
dalla linea dell’arco che esse formano”
Kublai: “perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che m’importa”
Marco: “senza pietre non c’è arco”

Pedro Cano è riuscito a rappresentare arco e pietra, leggerezza e gravità, sogno e morte, memoria e segni, cogliendo di Calvino – in questo ventennale della scomparsa in cui, forse, troppo ci si occupa della biografia come collaboratore editoriale e troppo poco come scrittore e innovatore del romanzo – uno dei tratti più profondi ed essenziali.

Simone Siliani
Firenze, 22 Agosto 2005

Los ovillos de Italo Calvino

Esiste una molteplicità di pensiero e, quindi, nel modo in cui si narra.
Ciò implica il fatto che un testo possa essere parte di un altro scritto o che ci sia un intreccio di storie costituite da voci narrative distinte e prospettive opposte. È così che la lente, con la quale contempliamo la realtà, si ampia, arricchendola di sfumature.
L’ipertesto è un modo per evitare verità ultime e di cercare, invece, la complementarietà tra i diversi punti di vista, tra i diversi testi. La sua intelaiatura crea la geografia delle nostre vite e le dota di flessibilità senza lasciare che si pietrifichino in altari di imperante teoria filosofica o religiosa.
I termini intertestualità e ipertesto ci pongono in una prospettiva che annulla i confini e presenta la letteratura come un amalgama di punti di vista.
Quale è il ruolo del lettore che entra nella finzione offertagli da uno scrittore? Ci si accorge, proprio osservando il suo comportamento, che il lettore reale si allontani da questo ideale, sistematico e ordinato.
Ed ogni individuo, naturalmente, sceglie ed esclude a piacimento: se una lettura lo annoia o semplicemente gli suggerisce una lettura distinta, non esiterà nel porre un segnalibro e cambiare testo.
La molteplicità di letture rappresenta una frammentazione di storie. Calvino ricorda episodi in cui un lettore si muove attraverso scenari creati nei libri, ignorante della sua persona e della propria importanza.

María Antonia García De La Torre

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MARÍA ANTONIA GARCÍA DE LA TORRE
Nata a Bogotá, Colombia nel 1981. Scrive per riviste come Número, El Malpensante y Semana. Ha inoltre pubblicato su riviste spagnole come Lateral y Espéculo. Lavora nel settore editoriale della rivista Pie de Página e si è laureata con honores de Literatura alla Universidad de Los Andes. La sua tesi su Italo Calvino ha ottenuto la votazione massima e sarà pubblicata dall’università nella collezione Tesis meritorias.

María Antonia García De La Torre
Universidad Los Andes, Colombia
mail: magdelatorre@gmail.com
telefono: 315 3466579 – 2173981

Racconti Italiani 1966

I seguenti testi sono tratti dalla prima, seconda, terza e quarta pagina di copertina solo per soddisfare la curiosità degli amanti di queste piccole rarità. Nessun altro scopo sta dietro alla pubblicazione di questo articolo e di quello che riporta il racconto Il cappuccio da sci celeste-cielo.

Racconti Italiani 1966
Selezione dal Reader’s Digest

In copertina un disegno di Emilio Greco
Le illustrazioni nel testo sono di Peter Hoffer

1a EDIZIONE
dal 1° al 300° migliaio

Supplemento al n. 204 di Selezione dal Reader’s Digest – Spedizione in abbonamento postale – Gruppo III.

Copertina di Racconti Italiani 1966 - selezione dal Reader's Digest

Copertina di Racconti Italiani 1966 - selezione dal Reader's Digest

Le città invisibili

Dal giorno 8 Ottobre al 22 Novembre 2005, nella Sala d’arme di Palazzo Vecchio si è tenuta la mostra, organizzata e allestita dalla Galleria FALTERI, delle opere del pittore Pedro Cano, raccolte sotto il nome di Le città Invisibili. Siamo andati a vederla con interesse e per raccogliere qualche immagine. Purtroppo non ci è consentito di pubblicare le foto che catturano le opere in primo piano. Mettiamo on-line invece ciò che ritrae la mostra nel suo complesso.
Per informazioni sulla mostra, l’autore o la prenotazione del catalogo, è consigliabile fare riferimento al sito www.falteri.it, fonte ufficiale dell”evento.

Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, Firenze

Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, Firenze

Il cappuccio da sci celeste-cielo

In un vecchio libro regalatomi qualche tempo fa, tra le pagine ingiallite trovai uno strano racconto attribuito a Calvino. Tra le righe di questa breve storia poi mi sono perso cercando di trovare quei dettagli che mi sembravano avvicinare quelle parole a quelle altre del Calvino che ho sempre conosciuto. Si tratta infatti di un testo di cui non ho mai sentito parlare. Nonostante le continue ricerche, non sono riuscito a rintracciare alcuna informazione che lo riguardasse.
Ad ogni modo ho deciso di trascriverlo, sperando che possa interessare a qualcuno. Si tratta comunque di una piccola rarità. Mi pare superfluo tentare ulteriori chiarimenti e assolutamente fuori luogo sarebbe un’analisi peraltro poco attendibile, data la mia poca competenza in materia.

La fonte di questo articolo:
Racconti Italiani 1966
Selezione dal Reader’s Digest
per maggiori dettagli consulta Racconti Italiani 1966.

Allo skilift c’era la coda.
La comitiva dei ragazzi venuti col pullman s’era messa in fila, affiancandosi a sci paralleli, e, a ogni passo avanti che la coda faceva — una lunga coda che invece d’andar dritta come pure avrebbe potuto, seguiva una casuale linea a zig-zag, un po’ in salita un po’ in discesa — pesticciando in su oppure scivolando giù di fianco a seconda del punto in cui si trovavano, e subito ripuntellandosi ai bastoncini, spesso andando a gravare del proprio peso i vicini di sotto, o cercando di liberare racchette di bastoncini da sotto a sci dei vicini di sopra, inciampandosi negli sci andati a mettersi per storto, chinandosi ad aggiustare gli attacchi e arrestando cosi tutta la fila, togliendosi le giacche a vento o i maglioni o rimettendoseli a seconda se il sole appariva o spariva, ricacciando le filze di capelli sotto il copriorecchi di lana o gli sbuffi delle camicie a scacchi dentro le cinture, cercando i fazzoletti nelle tasche e soffiandosi i nasi rossi e gelati, e per tutte queste operazioni togliendosi e rimettendosi i guantoni che talvolta cadevano nella neve e bisognava con la punta dei bastoncini ripescarli: quest’agitazione di piccoli gesti scomposti percorreva la fila e diventava frenetica al suo culmine, là dove bisognava aprire le cerniere-lampo di tutte le tasche per cercare dove s’erano cacciati i soldi per il biglietto oppure il tesserino e porgerlo all’uomo dello skilift che ci faceva i buchi, e poi rimettersi la roba nelle tasche, e i guantoni, e unire i bastoncini uno con la punta infilata nella racchetta dell’altro, tutto questo superando la piccola salita della piazzola dove bisognava essere pronti a mettere a posto l’ancora dello skilift sotto il sedere e a lasciarsi trascinare su di strappo.
Il ragazzo con gli occhiali verdi era a metà della coda, intirizzito, con a fianco un ragazzo grasso che spingeva. E mentre loro erano li, passò la ragazza col cappuccio celeste-cielo. Non si mise in coda; andava avanti, in su, per il sentiero. E muoveva in salita gli sci leggera come camminasse.

Prima pagina del racconto, pag. 63

Prima pagina del racconto, pag. 63

«Cosa fa quella? Vuoi fare la salita con le sue gambe?» si domandò il ragazzo grasso che spingeva.
«Ha le pelli di foca» disse il ragazzo con gli occhiali verdi.
«Però, voglio vederla su dove è più ripido» disse il grasso.
«Ha poco da far la furba, sta’ sicuro!»
La ragazza andava con un passo senza sforzo, con un movimento regolare dei suoi alti ginocchi — era di gamba molto lunga, nei pantaloni tirati, tesi alla caviglia — a tempo con l’alzare ed abbassare dei lucenti bastoncini. Il sole in quell’aria gelata e bianca si mostrava come un esatto disegno giallo, con tutti i suoi raggi; nelle distese di neve senza un’ombra, solamente dal suo brillio si distinguevano gobbe e anfratti e il battuto delle piste. Nella giacca a vento celeste-cielo il viso della ragazza bionda era d’un rosa che diventava rosso sulle guance, contro la bianca felpa dell’interno del cappuccio. Rideva verso il sole, appena socchiudendo gli occhi. Andava su leggera, sulle pelli di foca. I ragazzi della comitiva del pullman, con le orecchie gelate, l’arsura alle labbra, i nasi che tiravano su moccio, non sapevano staccare gli occhi di dosso a lei, e si facevano spingere nella coda; finché lei non superò un ciglio e sparì.
Man mano che toccava il loro turno, quelli della comitiva del pullman, con parecchi inciampi iniziali e false partenze, prendevano a salire a due a due, trainati per la pista quasi verticale. Al ragazzo con gli occhiali verdi toccò lo stesso skilift del grasso che spingeva. Ed ecco, a metà salita, la rividero.
«E come ha fatto ad arrivare fin quassù, questa?»
In quel punto il percorso dello skilift fiancheggiava una specie di valletta, dove un sentiero battuto s’inoltrava tra dune alte di neve e radi abeti frangiati di ricami di ghiaccio. La ragazza celeste-cielo veniva avanti con quel suo passo esatto e quella spinta avanti delle mani guantate, strette all’impugnatura dei bastoncini, senza affanno.
«Uuuh!» gridavano loro dello skilift salendo a gambe dure. «Quasi arriva prima lei di noialtri!»
Lei aveva sulle labbra il suo sorriso gentile, e il ragazzo dagli occhiali verdi restò confuso, e non osò continuare con i lazzi, perché lei abbassava le ciglia e lui si sentì come cancellato.
Appena arrivato in cima, prese subito a buttarsi per la discesa, dietro il ragazzo grasso, tutti e due pesanti come sacchi di patate. Ma quello che lui cercava, arrabattandosi per la pista, era di riavvistare la giacca a vento celeste-cielo, e si slanciò giù dritto, per farsi vedere coraggioso e nello stesso tempo mascherare la sua malagrazia nel prendere le curve. «Pista! Pista!» gridava inutilmente perché anche il ragazzo grasso e tutti loro della comitiva stavano scendendo a rotta di collo gridando: «Pista! Pista!»
e, uno a uno, cadendo di sedere o di petto, e lui solo ancora tagliava l’aria piegato in due sugli sci, finché la vide. La ragazza continuava a salire, fuori dalla pista, nella neve fresca. Il ragazzo con gli occhiali verdi la sfiorò passando come una freccia, s’inchiodò nella neve fresca, e ci scomparve dentro a faccia avanti.
Ma al fondo della discesa, a fiato mozzo, infarinato di neve dalla testa ai piedi, dai, era di nuovo là con tutti gli altri in coda per lo skilift, e poi di nuovo, dai, su in cima. Stavolta la incontrò che stava scendendo anche lei. Come andava? Per loro, campione era chi andava giù dritto come un pazzo. «Beh, non è poi quel gran campione, la bionda» ebbe fretta di dire il grasso, con sollievo. La ragazza celeste-cielo se ne veniva giù bel bello, prendendo i suoi zig-zag tutti precisi, ossia, fino all’ultimo non si capiva se volesse svoltare o cosa fare e tutt’a un tratto la vedevano che scendeva in direzione opposta a prima. Veniva giù prendendosela calma, si sarebbe detto, fermandosi ogni tanto, dritta sulle lunghe gambe, a studiare il percorso; ma intanto, quelli del pullman non riuscivano a tenerle dietro. Finché anche il grasso ammise: «Altro che storie! Va da dio!»
II perché non l’avrebbero saputo spiegare, ma era questo che li teneva a bocca aperta: tutti i movimenti le venivano i più semplici e i più adatti alla sua persona, senza mai traboccare d’un centimetro, senza l’ombra di turbamento o di sforzo, o di puntiglio a fare una cosa a tutti i costi, ma facendola cosi, naturalmente; e prendendo, a seconda di com’era lo stato della pista, anche certe movenze un po’ incerte, come chi cammina in punta di piedi, che era tutta una sua maniera per superare le difficoltà senza far capire se le prendeva sì o no sul serio; insomma non con l’aria sicura di chi fa le cose come vanno fatte, ma con una punta di ritrosia, come stesse provando a fare il verso a qualcuno che scia bene e le capitasse sempre di sciare meglio: questo era il modo in cui la ragazza celeste-cielo andava sugli sci.
Allora, uno dopo l’altro, giù, goffi, pesanti, strappando i “cristiania”, forzando in “slalom” le “curve spazzaneve”, quelli del pullman le si buttavano dietro, e cercavano di seguirla, di superarla, gridando, canzonandosi, ma tutto quel che facevano era un disordinato diroccare a valle, con scomposti movimenti delle spalle, le braccia coi bastoni tenute avanti, gli sci che s’incrociavano, gli attacchi che saltavano via dagli scarponi, e dappertutto dove loro passavano la neve s’apriva in buche di colpi di sedere, di fiancate, di tuffi a capofitto.
Da ogni caduta, appena alzavano la testa, con lo sguardo cercavano lei. Attraversando la loro valanga, la ragazza celeste-cielo se ne veniva coi suoi movimenti leggeri, e le pieghe dritte dei pantaloni tesi appena s’angolavano in un molleggio cadenzato, e il suo sorriso non si capiva se fosse di partecipazione alle prodezze e ai contrattempi dei compagni di discesa o invece il segno che non li vedeva neppure.
Il sole intanto, invece di prendere più forza avvicinandosi al mezzogiorno, s’intirizziva tutto finché non sparì, come bevuto da una cartasuga. L’aria fu piena di leggeri cristalli senza colore che volavano obliqui. Era il nevischio: non ci si vedeva di qui a li. I ragazzi sciavano alla cieca, gridando e chiamandosi, e tutti i momenti uscivano di pista e, dai, cadevano. L’aria e la neve adesso erano tutto lo stesso colore, bianco opaco, a maguzzandoci dentro gli occhi, per poco che si facesse meno denso, ecco scorgevano l’ombra celeste-cielo come sospesa là in mezzo, che volava in qua e in là come su una corda di violino.
Il nevischio aveva disperso la coda allo skilift. Il ragazzo con gli occhiali verdi si trovò senza accorgersene vicino al casotto della stazione di partenza. I compagni non si vedevano. La ragazza col cappuccio celeste-cielo era già li. Aspettava l’ancora, che adesso stava svoltando alla ruota. «Presto!» gridò l’uomo dello skilift verso di lui, afferrando a volo l’ancora e trattenendola perché la ragazza non partisse sola. Arrancando a spina di pesce, riuscì ad affiancarsi alla ragazza appena in tempo per partire con lei, quasi facendola cadere come si abbrancò al legno. Lei tenne l’equilibrio anche per lui, finché non gli riuscì di mettersi su bene, farfugliando recriminazioni, cui rispose una sommessa risata di lei come un glu-glu di gallina faraona, soffocata dalla giacca a vento tirata su fin sopra la bocca. Ora il cappuccio celeste-cielo, come un elmo d’armatura, le lasciava scoperto solo il naso, che aveva un po’ aquilino, gli occhi, qualche ricciolo sulla fronte, e i pomelli delle gote. Cosi la vedeva, di profilo, il ragazzo dagli occhiali verdi, e non sapeva se essere felice a trovarsi con lei sulla stessa àncora di skilift, o vergognarsi d’esser li tutto imbrattato di neve, coi capelli sulle tempie, la camicia che gli sbuffava fuori tra il magliore e la cintura, e che lui per non sbilanciarsi muovendo le braccia non osava ricacciare a posto, e un po’ sbirciava lei un po’ stava attento alla posizione degli sci che non uscissero fuori dal battuto nei momenti di trazione troppo lenta o troppo tesa, ed era sempre lei a salvare l’equilibrio, ridendo il suo glu-glu di faraona, mentre lui non sapeva cosa dire.
Di nevicare aveva smesso. Ora anche l’aria nebbiosa si squarciò e nello squarcio apparve un cielo finalmente azzurro e il sole splendente e le montagne nitide ghiacciate una per una, solo qua e là piumate sulla cresta dai soffici brandelli della nuvola di neve. La ragazza incappucciata riaffacciò la bocca e il mento.
«Ritorna bello» fece, «io lo dicevo.»
«Si» disse il ragazzo dagli occhiali verdi «bello. Poi la neve è buona.»
«Un po’ molle.»
«Oh, già.»
«Ma a me cosi piace» lei disse, «e anche la discesa nella nebbia è mica male.»
«Finché si sa la pista…» disse lui.
«No, cosi» disse lei, «indovinandola.»
«Io l’ho già fatta tre volte» disse il ragazzo.
«Bravo. Io una sola, ma sono andata su senza skilift.»
«L’ho vista. Aveva messo le pelli di foca.»
«Si. Ora che c’è il sole vado fin sul colle.»
«Sul colle dove?»
«Più in su di dove arriva lo skilift. Fin sulla cresta.»
«E cosa c’è lassù?»
«Si vede il ghiacciaio che sembra di toccarlo. Poi le lepri bianche.»
«Le cosa?»
«Le lepri. A quest’altezza le lepri d’inverno mettono il pelo bianco. Anche le pernici.»
«Ci sono li?»
«Pernici bianche. Con le penne tutte bianchissime. D’estate invece hanno le penne caffelatte. Lei di dov’è?»
«Italiano.»
«Io sono svizzera.»
Erano arrivati. Al termine s’erano staccati dallo skilift, lui malamente, lei accompagnando con la mano l’ancora per tutto il giro. Lei si tolse gli sci, li mise ritti, dalla borsetta che portava alla cintola tirò fuori le pelli di foca e le legò sotto gli sci. Lui la stava a guardare, strofinandosi le dita gelate nei guantoni. Poi, quando lei prese a salire, le andò dietro.
La salita dallo skilift alla cima del colle era dura.
Il ragazzo con gli occhiali verdi ci dava dentro un po’ a spina di pesce, un po’ a gradini, un po’ arrancando avanti e riscivolando indietro, tenendosi ai bastoni come uno sciancato alle stampelle. E lei era già lassù che lui ormai non la vedeva.
Arrivò al colle sudato, a lingua fuori, mezzo accecato dallo sfavillio che si irradiava tutt’intorno. Là cominciava il mondo del ghiaccio. La ragazza bionda s’era tolta la giacca a vento celeste-cielo e la portava annodata alla vita. Anche lei s’era messa un paio di occhialoni. «Là! Ha visto; Ha visto?»
«Cosa c’è?» faceva lui stordito. Era saltata una lepre bianca? Una pernice?
«Ora non c’è più» lei disse.
Giù sopra la valle svolazzavano i soliti uccelli neri gracchianti dei duemila metri. Era venuto fuori un limpidissimo mezzogiorno e da lassù lo sguardo abbracciava le piste, i campi affollati di sciatori, di bambini con le slitte, la stazione dello skilift con la coda che s’era subito riformata, l’albergo, i pullman fermi.
La ragazza s’era già slanciata per la discesa e andava e andava con i suoi tranquilli zig-zag, ora era già dove le piste erano più battute dagli sciatori, ma in mezzo a tutto lo sfrecciare di sagome confuse e intercambiabili la sua figura appena disegnata come un’oscillante parentesi non si perdeva, restava l’unica che si potesse seguire e distinguere, sottratta al caso e al disordine. L’aria era così nitida che il ragazzo dagli occhiali verdi indovinava sulla neve il reticolo fitto delle orme di sci, dritte ed oblique, delle strisciate, delle gobbe, delle buche, delle pestate di racchetta, e gli pareva che là nell’informe pasticcio della vita fosse nascosta la linea segreta, l’armonia, solamente rintracciabile alla ragazza celeste-cielo, e questo fosse il miracolo di lei, di scegliere a ogni istante nel caos dei mille movimenti possibili quello e quello solo che era giusto e limpido e lieve e necessario, quel gesto e quello solo, tra mille gesti perduti, che contasse.

ITALO CALVINO
Calvino è nato a San Remo (errore nel libro, I. Calvino è nato a Santiago De Las Vegas n.d.r.) nel 1923. Dalla fine della guerra vive a Torino, dove lavora presso la casa editrice Einaudi. Di sé scrive: «Sono figlio di scienziati: mio padre era un agronomo, mia madre una botanica; entrambi professori universitari. Tra i miei familiari solo gli studi scientifici erano in onore; un mio zio materno era un chimico, professore universitario, sposato a una chimica (anzi ha avuto due zii chimici sposati a due zie chimiche); mio fratello è un geologo, professore universitario. Io sono la pecora nera, l’unico letterato della famiglia.»

Ultima pagina del racconto e pagina Biografica

Ultima pagina del racconto e pagina Biografica

Calvino ha vinto il premio «Bagutta»; attualmente sta scrivendo racconti di tipo nuovo: «Le cosmicomiche».
OPERE PRINCIPALI (tutte presso Einaudi): II sentiero dei nidi di ragno, 1947 – II visconte dimezzato, 1951 – Il barone rampante, 1957 – I racconti, 1958 – II cavaliere inesistente, 1959 – La giornata di uno scrutatore, 1963.

L’uso delle Carte

…quando le carte affiancate a caso mi davano una storia in cui riconoscevo un senso, mi mettevo a scriverla.

E’ questo il motivo per cui Calvino ha a che fare con il fascino inesauribile dei tarocchi. Il fatto che egli utilizzi le carte per trarne dei racconti è la differenza sostanziale dall’uso che ne fanno i negromanti, ma non è l’unica e neppure la più importante, forse è solo la più visibile.
Infatti la negromanzia mira a scrutare il futuro di una persona per prevederne gli effetti che avrà sulla sua vita. L’operazione che effettua Calvino non è invece indirizzata a vedere il futuro. La sua è un’analisi critica del presente sotto le angolazioni e attraverso le spigolature più salienti.
E’ importante non cadere nella tentazione di tradurre queste deduzioni come un fotografare il presente.
Di riflesso infatti, come conseguenza a tali ponderate valutazioni, si può bene individuare la direzione verso la quale ci si sta dirigendo e, più in generale, verso la quale la nostra società sta andando.
Non si tratta quindi di pura astrazione, ma del trasferimento di un messaggio che forse, un pò celati tra le vicissitudni e le ambientazioni, porta rispecchiati i valori di una società alla quale il mittente appartiene.
Insomma, lo scopo non è predire il futuro, bensì conoscere il presente per dedurre l’avvenire e magari sforzarsi per renderlo migliore, ma non prima di conoscere le regole che si trovano nel nostro passato e ancor più nel nostro presente così complesso, sempre così ermetico.

Il narratore

Il narratore è uno dei commensali che a turno raccontano la propria storia, il narratore è li quella sera al castello, quindi la sua visione delle carte è in prima persona. Tuttavia, il suo racconto è in terza persona.

Seppure in veste di narratore “esterno” alla vicenda e alle varie situazioni, i giudizi, le indicazioni in mezzo alla semplice trama, sono numerosi.
Ed è proprio questouno degli aspetti enfatizzati da Calvino se confrontiamo l’opera con quella di Ariosto.
Gli interventi sono, infatti, più numerosi e più incisivi, mirati a dare delle vere e proprie indicazioni che guidano il lettore nei valichi tra le trame.

Ad ogni modo, anche in questo testo, Calvino mostra tutta la sua ammirazione per la parola, per la sua efficacia e per la preziosità della comunicazione in tutte le sue forme possibili e probabili; qualcosa che ricorre anche in altre opere.